Volume 0
M.A.
TERTULLIANO E LA CRITICA ALLA FILOSOFIA
La posizione di Tertulliano sulla filosofia è molto netta, e non a caso è una posizione che tutt’oggi viene considerata molto valida, non solo nella filosofia stessa, ma anche nelle scienze. L’idea che siccome vi siano stati tantissimi cambiamenti nelle scienze, allora esse non possano essere considerate affidabili o vere, è un’idea ormai discussa nella filosofia della scienza. Prima di capire come mai vi siano delle discussioni, e come mai non si riesca a trovare mai una sorta di accordo, dovremmo fare un passo opposto a questa direzione e domandarci come mai vi siano degli accordi e come mai le discussioni possano arrivare ad una risoluzione.
Tertulliano si scaglia in particolare contro Aristotele, colui che ha insegnato la dialettica, ovvero “arte abile ugualmente e a costruire e a distruggere […] che crea con facilità contrasti; […] che tutto pone in discussione sottile, perché appunto nulla sfugga all’attento e minuzioso esame di lei!”1. Proprio questa dialettica esemplifica il processo che stava accadendo in precedenza tra i filosofi, ovvero il continuo porre in discussione le teorie che venivano proposte. La soluzione di Tertulliano non è tanto una discussione sulla dialettica in sé, quanto accettare solamente una assunzione senza porla in successiva discussione. Questa posizione per Tertulliano è il canone della dottrina cristiana, non macchiata da “un Cristianesimo stoico, platonico, dialettico”2, una posizione di fede ove non vi è motivo di credere altro “al di là di ciò che già noi sinceramente crediamo”3.
Se davvero volessimo seguire la posizione di Tertulliano: di non credere ad altro se non a ciò che sinceramente crediamo, potremmo credere contemporaneamente a due cose contraddittorie, perché le crediamo sinceramente; potremmo credere sinceramente di non dover credere sinceramente; potremmo cambiare credenza ogni minuto; potremmo anche credere a ciò che Tertulliano non crede, ovvero Dio, e non creare alcun problema. Insomma, questa soluzione non sembra molto valida, anche se le preoccupazioni di Tertulliano sul portare all’infinito la discussione sono comunque valide. Stesso problema accade nella scienza da Einstein in poi c’è stato un grande cambiamento nell’atteggiamento delle persone verso la scienza: prima era ritenuta simbolo di verità, ma da quando l’inattaccabile teoria di Newton è stata smentita, si è perso la fede anche nella scienza. Ormai si pensa che i continui cambiamenti avvenuti tenderanno ad accadere nuovamente, che ogni teoria, per quanto salda sia, non è mai così salda. Stessa cosa per la filosofia: quante volte si è pensato che la filosofia non potesse dare alcuna risposta perché l’unica cosa che fa è continuare a porre domande, a contraddirsi, a creare ragionamenti che vanno a smentire quelli precedenti senza dare niente di concreto, e soprattutto di saldo. Per chiunque la semplice fede, priva di spiegazione razionale, priva di necessità di coerenza, logica, motivazione, sembra la soluzione perché è proprio un rinnegare il problema stesso della conoscenza. La posizione di Tertulliano è una posizione di rifugio, che nasce da un argomento induttivo, privo di valore deduttivo: se per ora non siamo riusciti a dare una soluzione non ci riusciremo; se ogni teoria che abbiamo prodotto fin’ora non funziona, non riusciremo nemmeno a far funzionare le prossime; se ogni teoria è stata contraddetta finora, così accadrà alle prossime. Questo però è basato solo su quello che è accaduto, non è contraddittorio pensare che nel futuro tutto ciò possa cambiare. Il primo caso che salta alla mente di qualcosa di stabile, non contraddetto ancora (o in parte da Gödel in poi) è la matematica.
Prendiamo il caso della matematica, caso esemplare che i filosofi hanno cercato di emulare da sempre, od almeno da Pitagora in poi e con il picco massimo raggiunto nella filosofia moderna coi Razionalisti, e in quella contemporanea con la filosofia analitica. Nel caso della matematica la disputa tra due posizioni viene risolta semplicemente seguendo l’insieme delle regole stabilite dalla matematica stessa, le regole che vanno a comporre il metodo matematico e tali regole non sono messe in discussione, si hanno degli assiomi, senza i quali non si parla nemmeno di matematica; come se fossero gli assiomi stessi a definire ciò che è matematico o meno. Se entrambe le parti ritengono di dover avere una ragione in base a tale sistema, allora entrambe le parti saranno legate a quel sistema per dover definire la loro ragione. Prendiamo il caso del teorema di Pitagora. Se invece che a2 + b2 = c2 qualcuno andasse a proporre che invece la somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti fosse in realtà uguale al cubo costruito sull’ipotenusa, come potremmo andare a risolvere tutto ciò? In questo caso basta fornire una prova basata su alcuni assiomi, accettati da entrambe le parti, per poter dare una conferma o meno della tesi. Nel caso della filosofia non abbiamo tutto ciò, non abbiamo assiomi accettati da tutti.
La chiave è proprio questa: non tanto la discussione infinita, ma la discussione infinita sugli assiomi. La filosofia è ciò “che tutto pone in discussione sottile, perché appunto nulla sfugga”. Come mai continua a mettere in discussione degli assunti? come mai continua a dover porre delle domande su alcune proposizioni senza volersi accordare mai su qualcosa di ben preciso? La filosofia continua a mettere in discussione le basi proprio perché la filosofia si occupa di trovare tali basi. Non abbiamo modo di accettare come assunto ciò che cerchiamo di indagare, specialmente nella filosofia non possiamo nemmeno ricorrere a metodi come quello scientifico, ovvero assumere vero qualcosa e poi indagare se sia così il mondo immaginato tale. La filosofia come tale, quella che viene schernita per la sua mancanza di rigore, e incapacità di portare ad una soluzione vera e propria, è così proprio per il suo stesso scopo. In questo senso la matematica è più vicina ad un dogmatismo rispetto alla filosofia, proprio per l’accettazione di un insieme di regole – e tutto ciò sembra seguire l’idea euclidea, e non tanto pitagorica, la quale ha una posizione più ontologica, della matematica4, ovvero di una matematica fondata su degli assiomi e sui dei postulati sui quali poter costruire il nostro sapere.
Durante la storia della filosofia si sono però presentati vari sistemi filosofici che hanno riscosso un grandissimo successo e sono stati la base per ulteriori “scoperte” se così vogliamo chiamarle. L’esempio migliore si trova proprio nella logica aristotelica: probabilmente la miglior base della filosofia, che partì proprio dallo Stagirita, passando dagli stoici e poi tramite il medioevo fino a Leibniz, finché, arrivati a Frege, non si ha la nuova logica che noi oggi utilizziamo in filosofia. Il tipo di logica che ha poi permesso la modalità con Carnap e Kripke e i vari tipi di logiche non proposizionali, come la fuzzy logic, che accetta valori tra 0 ed 1, tra V e F. Insomma, anche se con alcune sue sfaccettature la logica è riuscita a diventare una delle basi della filosofia, e forse una delle basi che fa parte di ogni tipo di sapere razionale, il che sembra dare adito all’idea che la filosofia sia ciò che deve porre in questione il sapere di ogni tipo di scienza, alle quali deve fornire una base, insomma si pone al di sopra, e alle fondamenta di tutto.
LE LEGGI DEL PENSIERO
Nonostante tutte le discussioni che continuamente nascono nella filosofia vi sono alcuni termini che sono accettati da tutti e provengono da Aristotele e Platone. Queste leggi sono state inizialmente pensate come tre, ma col passare del tempo si sono aggiunte altre leggi, famoso esempio di cui parleremo è Leibniz il quale formula altre leggi che potremmo chiamare leggi del pensiero, anche se sono meno accettate rispetto alle altre.
Le prime tre leggi che analizzeremo sono leggi talmente ovvie che negarle produrrebbe dei ragionamenti sconclusionati, pari a dire una serie di parole senza alcun significato. Una versione semplificata e riassunte viene esposta da Russell ne I problemi della filosofia5:
1) Identità: “Qualunque cosa sia, è” A = A
2) Non contraddizione: “Niente può sia essere che non essere” not(A & not A)
3) Terzo escluso: “Qualunque cosa deve essere o non essere”. A V not A
Queste sono le tre leggi del pensiero, ma come mai sono così importanti? Il motivo si trova in Aristotele. Nel IV libro della Metafisica parla della prima legge: “Se, [il significato di un termine] non fosse limitato ad uno, e dunque avesse infiniti significati, il ragionamento sarebbe impossibile, perché non avere un significato è non avere significato, e se le parole non hanno significato il nostro ragionamento è annichilito”6.
La seconda legge è il principio di non contraddizione. Esso ci dice che non può esistere alcun caso in cui un termine sia e non sia allo stesso tempo. Aristotele lo esplicita bene dicendo: “come se uno che chiamiamo uomo, ed altri lo chiamassero non-uomo; il punto in questione non è se la stessa cosa allo stesso tempo possa essere e non uomo nel nome, ma se lo possa essere di fatto”7.
La terza legge, quella che talvolta è stata attaccata, per esempio dalla scuola intuizionista originata da Browuer, e dalla logica sfumata, ma procederei comunque ad esporlo: tale principio ci dice che esistono solamente due possibili valori di verità: vero e falso, non si possono accettare altri valori. “Non ci possono essere intermedi tra contraddittori”8, Aristotele in questo passo esprime una delle formule più famose della filosofia, e lo fa per definire i termini vero e falso: “Dire di cosa è che non è, o di cosa non è che è, è falso, mentre dire di cosa è che è, e di cosa non è che non è, è vero; dunque chi dice di qualsiasi cosa che è, o che non è, dirà o ciò che è vero o ciò che è falso”9. Quando parliamo delle cose e diciamo che sono non possiamo fare a meno che dire che sia o vera o falsa, non si vanno ad ammettere ulteriori termini.
Queste tre leggi sono fondamentali per riuscire a fare un discorso sensato. Russell però va oltre: queste leggi non sono leggi di come noi pensiamo, ma sono leggi delle cose. Aristotele rimane più “conservativo”, gli esempi che propone sono relativi al linguaggio, si riferiscono a come noi formiamo dei significati e attribuiamo a tali significati un certo valore di verità, che Aristotele fonda sulla corrispondenza con ciò che è. Questa posizione si trova espressa benissimo da Boole, riporterò qua l’intero passo per commentarlo:
Ci sono, in effetti, alcuni principi generali, fondati nella vera natura del linguaggio, per il quale l`uso dei simboli, I quali non sono che gli elementi del linguaggio scientifico, è determinato. In una certa misura questi elementi sono arbitrari. La loro interpretazione è puramente convenzionale: abbiamo la possibilità di usarli in qualunque senso vogliamo. Ma questa possibilità è limitata da due condizioni indispensabili, primo, che non ci allontani mai dal senso stabilito nello stesso ragionamento; in secondo luogo, che le leggi con il quale il processo è condotto siano fondate esclusivamente sul senso fissato in precedenza o sul significato dei simboli usati10.
Le leggi riguardano i segni e i significati che diamo ai termini, non le cose in sé. I segni parlano delle cose, e un certo legame diventa necessario, ma le leggi non sono delle cose, bensì dei segni con cui noi parliamo delle cose, e tali segni sono liberamente interpretabili fintantoché si rimane legati ad alcune regole. È differente dal dire che le cose non possono che seguire tali leggi. Nel caso di Boole non si va a sostenere questo, si va a sostenere che il linguaggio con cui noi parliamo delle cose è limitato da alcune regole.
La domanda adesso sorge spontanea: queste regole sono davvero limitate al linguaggio con cui noi parliamo o sono reali, cioè sono delle regole che vanno a dirci come stanno le cose. Qua si staglia una feconda discussione filosofica riguardo alla natura della logica stessa. Per alcuni, come per Leibniz è infatti qualcosa che ci dice come sta davvero il mondo, per altri invece è un limite nostre, non ci dice come stanno le cose, ma solo come noi possiamo schematizzare i fatti. Questo però non significa che tali leggi non siano delle leggi che dobbiamo utilizzare per proporre dei ragionamenti, queste leggi in ogni caso vanno utilizzate se vogliamo parlare in maniera sensata. Il fatto che vi sia una discussione riguardo la natura di queste regole non significa infatti che tali regole non siano necessarie. Sarebbe come domandarsi del perché di una legge fisica, la legge è così, il perché è una domanda ulteriore che non va ad inficiare sul fatto che sia così.
MATEMATICA E FILOSOFIA
L’idea allora che vi sia una base come quella della matematica non è così lontana da noi, come mai allora la matematica permette di chiarire le dispute con una relativa facilità, mentre la filosofia no? Vi fu intorno al ‘900 un tentativo grandioso anche se fallimentare, di riuscire a costruire la matematica sulla logica. Tentativo che avrebbe reso la logica un campo vastissimo, poiché la matematica si sarebbe potuta tradurre nella logica. Tale tentativo non andò a buon fine, prima tramite il paradosso di Russell, poi tramite Godel e altre figure importanti di quel periodo, ma fu comunque grandioso: le ricerche continue hanno permesso lo sviluppo di sistemi fondamentali per la logica ed anche per la matematica stessa, ci basti pensare che senza Frege e Russell probabilmente ad oggi non avremmo i fondamenti della matematica, ovvero la teoria ZFC.
Sia le leggi del pensiero che la matematica hanno una natura assiomatica, sono entrambi ritenuti ovvi, ma la matematica come già detto è quantitativamente più grande. Le leggi del pensiero sono tre, se già andiamo a vedere solo i postulati di Euclide essi sono cinque, per non contare gli assiomi. La matematica ha anche una diversa posizione che la rende diversa anche dalla fisica: la sua natura tautologica. Questo riguarda anche le leggi del pensiero, esse sono sempre V, ma la matematica non deve porre in questione la realtà per poter essere tale. La filosofia ha uno stretto legame con la realtà, la matematica invece può essere portata avanti senza alcun problema fintantoché si hanno degli assiomi. Gli assiomi in matematica sono ben visti, non sono ritenuti come dei problemi cosa che in filosofia invece si tende a fare.
Analizziamo meglio però questa idea della matematica come tautologia. Nonostante in filosofia vi siano alcune leggi ritenute sempre vere, ritenute assiomatiche, nel senso di ovvie – anche se delle motivazioni ci sono per ritenerle leggi vere e proprie –, non possiamo aggiungere ulteriori assiomi a piacimento cosa che in matematica possiamo fare con più serenità – anche se non vi è una libertà estrema. Fintantoché vengono rispettate alcune leggi in matematica si hanno tante libertà, si pensi alla teoria dei nodi, alla teoria dei giochi, sono teorie molto peculiari che però vengono accettate come parte della matematica. Se in filosofia si andasse a formulare degli assiomi e si andasse poi a proporre tali assiomi come regole della filosofia subito verrebbe ritenuto falso. In filosofia c’è una fortissima ostilità verso gli assiomi, verso le regole create, mentre in matematica no. Questa è una differenza fondamentale che rende la matematica molto più versatile rispetto alla filosofia. La matematica è infatti ormai ovunque, tanto da portare Quine e Putnam a sostenere che sia da inserire negli elementi che vanno a formare la realtà. Il ragionamento però non ci dice che la matematica debba seguire la realtà, non è necessario, tanto che la discussione sulla natura della realtà è molto accesa. Prima ho esposto che la stessa discussione è però presente anche riguardo le leggi del pensiero e questo è vero. Sembra dunque vi sia comunque una certa somiglianza, ma non vorrei che si dimenticassero due punti fondamentali:
1) Necessità delle leggi: Le leggi del pensiero non possono essere rifiutate se non producendo dei ragionamenti privi di qualsiasi senso, cosa che in matematica non è; sembra dunque più fondamentali e onnipresenti rispetto alla matematica. Se in matematica infatti si andasse ad eliminare alcuni assiomi non si andrebbe che a confutare la matematica non la nostra stessa possibilità di pensare.
2) Impossibilità di aggiungerne altre: La differenza per quanto riguarda gli assiomi è tra matematica e filosofia, non tra matematica e leggi del pensiero. Le leggi del pensiero sembrano un caso a se stante rispetto a qualsiasi altro, delle leggi che non possiamo negare. Sembrano dunque necessarie, ma questo non vuol dire che si possa fare la stessa cosa con altre regole, cosa che, sempre con attenzione e raziocinio, possiamo fare in matematica. Questo poiché il legame con la realtà è fondamentale in filosofia rispetto alla matematica. La discussione riguardo al legame tra leggi del pensiero e realtà se fatto in maniera sensata deve per definizione, seguire le leggi del pensiero, dunque in ogni caso sembrano necessarie, in matematica invece il ragionamento riguardo al legame tra matematica e realtà non deve seguire necessariamente le regole della matematica. Anche se possiamo porre in discussione il legame tra leggi del pensiero e realtà, non possiamo mettere in discussione che per fare un ragionamento sensato, dunque anche un ragionamento riguardo la realtà, ci servano le leggi del pensiero. Anche se non vi è un legame ontologico tra leggi del pensiero e realtà, vi è un legame epistemologico, poiché qualsiasi ragionamento deve seguire tali leggi.
Il fatto che non se ne possa aggiungere altre, unite al fatto che siano necessarie, rendono il campo talmente tanto vasto da permetterci di fare troppi ragionamenti validi. Più regole si aggiungono più si tende, solitamente, a stringere il campo di ragionamenti validi, se però le regole si riducono a poche, il campo del ragionamento valido diventa troppo vasto e non ci permette di raggiungere la certezza che vorremmo.
UNA DISCUSSIONE LIBERA
La filosofia ha un compito importantissimo. La ricerca di quei fondamenti del pensiero, delle regole che dobbiamo cercare di rispettare per poter argomentare correttamente sono di vitale importanza. Esse evitano che la mente vada oltre ciò che gli è permesso. Dalla modernità, ma già da Aristotele, la ricerca di alcuni ragionamenti fondativi è stata una delle più grandi sfide della filosofia. Cartesio è un esempio lampante di ciò. Se anche il Cogito ha subito varie e aspre critiche non dobbiamo dimenticare che l’obiettivo di Cartesio era proprio superare il dubbio scettico, superare le infinite discussioni di cui parla Tertulliano. La ricerca di Kant invece ricerca proprio gli schemi mentali dei quali non possiamo fare a meno, al fine di evitare che il nostro pensiero vada a spasso liberamente entrando in infinite contraddizioni che sì darebbero ragione a Tertulliano. Nel periodo analitico poi è avvenuto uno spostamento verso il linguaggio, il quale è diventato lo strumento con il quale fare ricerca filosofia, e di conseguenza, è diventata la condizione del ragionamento filosofico, una condizione da studiare attentamente per poter porre dei limiti alla ricerca. Comprendere i limiti dello strumento è comprendere i limiti delle scoperte che possiamo fare, dei ragionamenti che possiamo fare per non abbandonare la possibilità di capire di ciò di cui stiamo parlando e le leggi del pensiero, anche se potrebbero non essere lo strumento ultimo, sono certamente l’esempio per capire che il ragionamento è libero a prima vista, ma sempre delimitato da alcune regole. Le poche regole che ci sono ci tutelano da dogmatismi, ma allo stesso tempo non ci permettono di arrivare alla costruzione di qualcosa di solido. E se non possiamo fondare, possiamo almeno criticare I ragionamenti per capirne gli errori, scovarne le condizioni di validità, e capire se siano almeno validi.
La proposta di Tertulliano che i filosofi non siano mai d’accordo, e specialmente la citazione riguardo Aristotele, non deve essere presa come una posizione negativa, al contrario: l’idea che vi sia una discussione è fondamentale per evitare che si stagni su dei dogmatismi. La continua ricerca di casi contrari fortifica la nostra posizione. Come si deve continuare a dare delle proposizioni contrarie? Se accettassimo qualsiasi cosa come una valida contraddizione sarebbe laborioso, e inoltre, se non vi sono delle regole comuni come si fa a porre le due posizioni in opposizione. Proviamo ad unire quello che abbiamo visto prima, ovvero la logica, e quello visto riguardo alla matematica, ovvero che le basi non sono così estese o “libere” da permettere una conoscenza come quella matematica.
La discussione tra varie posizioni diventa fondamentale poiché ci permette di trovare quale soluzione sia la migliore, o meglio ci permettono già di scartare varie proposte, ovvero tutte quelle che non seguono le leggi del pensiero. Oltre all’analisi di una singola proposizione, diventa importante proporre un’analisi su più tesi poste in opposizione tra loro. A volte alcune tesi non sono compatibili, ma per poterlo provare serve una discussione, la quale non è un parlare due linguaggi diversi, non è usare delle regole completamente diverse, la discussione si ha all’interno di alcune regole. Guardiamo a Socrate: egli andava in giro per Atene a confutare le teorie altrui, e lo faceva tramite alcune regole logiche che sono state poi formalizzate da Aristotele. È il compito critico della filosofia stessa. Le leggi del pensiero non sono abbastanza, ma sono comunque le più condivise, nasce allora il bisogno di proporre altri termini, che non sono fondamentali come le leggi del pensiero, ma che comunque ci fanno capire meglio il modo in cui discutiamo. Termini come ontologia e epistemologia, a priori e a posteriori, noumeno, fenomeno, e via dicendo, sono tutti termini nati dalla filosofia e che ci permettono di chiarificare i nostri pensieri. Ci permettono di notare le differenze, di capire dove due punti sono diversi, insomma, di fornire una base per la discussione stessa. La costruzione di nuovi concetti apre dunque a ulteriori discussioni sia accettando tali concetti, sia sui concetti stessi. Questo potrebbe sembrare inutile, ma è lo stesso compito della fisica: usare alcuni concetti per costruire delle teorie. La differenza è che la filosofia usa tali concetti per costruire, ma rimane, od almeno dovrebbe, rimanere critica nei loro confronti. Nella storia della filosofia vi sono stati dei momenti cardine, nei quali si sono trovati nuovi termini, nuove differenze, nuovi modelli, dai quali poi è nata una nuova discussione, che ha a sua volta chiarificato quella vecchia.
La filosofia dunque struttura e fornisce gli strumenti per indagare, e lo fa spesso creando tali strumenti. Talvolta ci chiediamo se sia davvero necessario usarli, ma allontanandoci un po’ da questo capiamo la validità di questi modi di pensare. Notiamo come a priori e a posteriori siano fondamentali per evitare alcuni problemi nel ragionamento, come ontologia e epistemologia seguano la stessa logica; insomma anche se non sono annoverati tra le leggi del pensiero, sono comunque utili – e forse fondamentali – per una discussione chiara. Provando a fare a meno di essi notiamo come si perda una parte del modo di ragionare, alcune differenze e finezze, dunque dobbiamo ringraziare la filosofia per avere questi termini e queste strutture, forse non totalmente accettate, ma sicuramente utili e che hanno bisogno di essere comprese e usate.
Potremmo quasi pensare alla filosofia come ad un insieme di varie discussioni che si fanno all’interno di un certo insieme di regole più strutturate per poi scendere fino alle leggi del pensiero. Potremmo pensare ad una struttura ad albero molto vasta nella quale si hanno zone di discussione. Guardando a tutto ciò vediamo ancora che la filosofia non dia risposte? Vediamo ancora un qualcosa al pari di un ragionare a vuoto? A mio avviso anche se non vi sono risposte totali generali, insomma, se non si ha un solo albero, si hanno però delle risposte all’interno di alcuni rami di alcune discussioni. La cosa importante è che vi sia un nodo centrale e che le regole ulteriori che proponiamo siano coerenti. È una struttura differente dalla matematica e dalla logica. La logica e la matematica possono avere più radici, non vi è alcun problema a farlo, a meno che non si parli di una natura della matematica e si cerchi un nodo principale – questi tentativi di trovare i fondamenti della matematica sono parte della filosofia, non della matematica; la matematica deve continuare a lavorare con le sue regole senza curarsi se sia reale, se abbia una sostanza, una definizione chiara e via dicendo. La filosofia ha dunque molte più libertà per certi versi, rende il campo molto vasto, ma è un campo controllato, comprensibile e esplorabile. Possiamo immaginare di essere in un porto e di conoscere le varie rotte, non sappiamo l’arrivo vero e proprio, la Verità, ma abbiamo comunque la possibilità di conoscere le rotte esplorate e di muoverci in esse, sperando forse di raggiungere la fine. Le rotte della filosofia sono rotte possibili che partono da un singolo porto e sperano di raggiungere un arrivo. Forse solo una rotta è quella necessaria, ma comunque possiamo sapere come ci stiamo muovendo riconoscendo che sono rotte possibili. La matematica invece non ha il problema del possibile e del necessario per raggiungere un risultato Vero, fintantoché si seguono le regole va bene diciamo sono necessarie, in filosofia rimane aperto troppo possibile, proprio perché si cerca un necessario assoluto.
Per concludere vorrei sottolineare ancora questo punto: non sono delle discussioni vuote, ma sono discussioni che cercano di partire da una base comune, una base comune che ci permette di capire quale delle due ha ragione o meno; magari salendo nei rami aggiungendo delle regole, magari notando che possono essere vere entrambe con regole diverse, la cosa importante è chiarificare le regole e le teorie, cercando di comprendere cosa vogliamo dire, le condizioni per le quali è vero quello che vogliamo dire, e se vi siano delle contraddizioni. Ovviamente posta in questa maniera sembra che si possa supporre qualsiasi regola, e forse diventa troppo vago, ma se ci ricordiamo che è possibile, e che ogni regola magari ne presuppone altre, fino a raggiungere le leggi del pensiero, possiamo aggiungere qualsiasi regola a patto che si analizzi a fondo, elencandone ogni condizione, fino a scendere alle leggi del pensiero stesse. Magari per una regola e una teoria ci rendiamo conto che basta la regola inferiore per tale teoria, la cosa che notiamo è però che tramite questa chiarificazione non ci sentiamo così persi, sempre in preda a confutazioni, ma notiamo meglio la posizione in cui siamo e quali sono le condizioni per essere lì.
BIBLIOGRAFIA
1 Tertulliano, DE PRAESCRIPTIONE HAERETICORUM, (La prescrizione contro gli eretici), VII. Contro la filosofia
2 Tertulliano, DE PRAESCRIPTIONE HAERETICORUM, (La prescrizione contro gli eretici), VII. Contro la filosofia
3 Tertulliano, DE PRAESCRIPTIONE HAERETICORUM, (La prescrizione contro gli eretici), VII. Contro la filosofia
4 La posizione di Euclide si avvicina maggiormente alla matematica odierna, in quanto non parla tanto di enti ontologici, esistenti, ma rimane imparziale, parlando principalmente di assiomi e postulati, nozioni basilari che sono evidenti a tutti, sui quali poter costruire il sapere matematico. Pitagora invece parla di una matematica che ha la sua verità in numeri ritenuti parte della realtà stessa e che vanno a definire la realtà stessa. Anche se i matematici si sono sempre schierati su due grandi fronti principali, platonici e formalisti, la matematica ha una sua spiegazione non tanto negli oggetti, ma nei fondamenti assiomatici.
5 B. Russell, The problems of philosophy, p. 72
6 Aristotele, Metafisica IV, parte 4
7 Ibid.
8 Aristotele, Metafisica IV, parte 7
9 Ibid.
10 G. Boole, An Investigation of the Laws of Thought [Mia traduzione. Testo originale: There exist, indeed, certain general principles founded in the very nature of language, by which the use of symbols, which are but the elements of scientific language, is determined. To a certain extent these elements are arbitrary. Their interpretation is purely conventional: we are permitted to employ them in whatever sense we please. But this permission is limited by two indispensable conditions, first, that from the sense once conventionally established we never, in the same process of reasoning, depart; secondly, that the laws by which the process is conducted be founded exclusively upon the above fixed sense or meaning of the symbols employed]



